Angoscia

L’unica volta che gli evangelisti usano la parola «angoscia» attribuendola a Gesù è nel racconto dell’orto degli Ulivi quando si dice che «presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni cominciò a sentire paura e angoscia» (Mc 14,33; cf. Mt 26,37). I discepoli che Gesù portò con sé erano i più intimi, gli stessi che avevano visto il suo splendore manifestarsi sul monte Tabor e, forti di quella visione, potevano sostenere, senza perdere la speranza, la visione di Gesù in preda all’angoscia. Essi dovevano accompagnarlo con la preghiera, vegliare con lui.

Che fosse autentica angoscia lo si capisce dalle stesse parole di Gesù che confessa «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34; Mt 26,38). Egli si esprime nel linguaggio dei Salmi «La mia anima è triste» (cfr Sal 43,5) e la definizione «fino alla morte», poi, richiama una situazione vissuta da molti degli inviati di Dio nell’Antico Testamento, che invocano la morte quale sollievo alle ostilità incontrate nella missione affidata loro da Dio (cf. Nm 11,14-15).

Si può dire che se c’è un momento e un luogo in cui si mostra in modo inequivocabile l’umanità di Gesù è allora proprio nell’orto degli Ulivi, nella notte del tradimento di Giuda.

Anche Giovanni, che pure non descrive il tragico momento della lotta interiore di Gesù al Getsemani, non trascura però di segnalare il turbamento del maestro. Infatti, dopo gli «Osanna» esultanti della folla all’ingresso di Gesù a Gerusalemme, il quarto evangelista racconta di un turbamento di Gesù: «Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! » (Gv 12,27).

Ma il Gesù giovanneo non è lasciato solo nella sua angoscia. Come già avvenuto altrove nel quarto vangelo anche qui il Padre è in ascolto e risponde: «“Padre, glorifica il tuo nome”. Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”» (Gv 12,28).

Al contrario, l’esperienza del Getsemani raccontata dai vangeli sinottici è una esperienza di estrema solitudine. Il Padre è silente. Solo Luca gli affianca il conforto di un angelo (Lc 22,43).



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