Il Getsemani nelle fonti storiche

Frati che custodiscono le Rocce degli Apostoli. 1893 - Album Missionis TS

I luoghi legati all’agonia e alla cattura di Gesù sono ricordati fin dall’antichità.

Eusebio, nell’Onomasticon dei Luoghi Biblici, cita il Getsemani, scrivendo che si trova ai piedi del Monte degli Ulivi, «dove ora i fedeli si affrettano a fare preghiere».

Al termine del III secolo, perciò, il luogo è già frequentato dai cristiani, dove vi esprimono particolari devozioni ricordate anche dal Pellegrino anonimo di Bordeaux nel 333 e da San Cirillo nel 350.

E’ la pellegrina Egeria, alla fine del IV secolo a parlare per prima della nuova chiesa costruita alle pendici del Monte degli Ulivi, sul luogo dove Gesù pregò prima della passione. Si tratta della chiesa «elegante», descritta dalla donna nel suo diario, assieme alle liturgie che si svolgevano lungo il Monte, a partire dal pomeriggio del Giovedì Santo: dopo la notte passata in preghiera, all’alba del Venerdì, la folla di fedeli scendeva verso il Getsemani, dove, alla luce delle fiaccole, veniva letto il passo evangelico dell’arresto di Gesù.

Le testimonianze di fine IV secolo permettono di far risalire la costruzione dell’edificio sacro al regno di Teodosio I (379-395 d.C.). Gli annali di Eutichio, patriarca di Gerusalemme, scritti nel X sec., confermano la costruzione della chiesa per opera di Teodosio, e informano sulla sua distruzione, quando il persiano Cosroe II, nel 614, entrato a Gerusalemme, fece abbattere buona parte delle sue chiese e conventi. Gli scavi, che riportarono alla luce i resti della chiesa bizantina, mostrarono come l’edificio fu coinvolto in un importante incendio, forse appiccato nel 614, che probabilmente ne causò la distruzione.

E’ incerta la situazione delle rovine della chiesa fino all’età crociata. Il culto sul luogo continuò, come testimonia il Lezionario Georgiano del VII-VIII secolo. Nelle Cronache di Teofane Confessore (758-818 ca.) si ricorda che il Califfo Abd al-Malik (685-705) voleva prendere le colonne della chiesa del Getsemani, per impiegarle nella realizzazione della moschea della Mecca che in quegli anni era in costruzione, ma l’intervento di un nobile cristiano lo distolse dall’intento.

Brevi informazioni sono riportate da Cirillo di Scitopoli nella Vita di S. Saba, dove parla della «santa Getsemani» e dell’orafo Romolo, che ne era arcidiacono nel 532. Di due secoli successiva è la testimonianza di S. Willibaldo, che nel suo diario di viaggio registra ancora l’esistenza di una chiesa. Se esisteva una chiesa sul luogo, però, è probabile che dovesse trovarsi in rovina.

Affresco crociato con testa d'Angelo ritrovato negli scavi del Getsemani

Le notizie riprendono all’inizio del XII secolo, in età crociata: Sevulfo (1102), Daniele l’abate ucraino (1106) e anche l’anonimo delle “Gesta Francorum” (1100 ca.), parlano di un semplice oratorio al Getsemani, intitolato a San Salvatore.

La ricostruzione crociata della chiesa ebbe inizio nella seconda metà del XII secolo. Come prima cosa i crociati costruirono, nella valle, l’abbazia di Santa Maria in Valle Josaphat, sopra la Tomba della Vergine Maria. La ricca abbazia, affidata da Goffredo di Buglione ai monaci di San Benedetto, era dotata di convento e ospedale.

Anche la grotta rupestre, posta a fianco della Tomba di Maria e descritta dall’abate Daniele, nel 1106, come la grotta in cui Gesù fu consegnato da Giuda per 30 denari, fu trasformata in cappella dai crociati e affrescata con un cielo stellato e scene evangeliche.

Sul luogo dell’oratorio di San Salvatore, nel 1165, Giovanni di Würzburg racconta di aver trovato una nuova chiesa, intitolata al Salvatore, con le tre rocce distinte che ricordano la triplice preghiera di Gesù nell’orto. Ancora nel 1172, il pellegrino Teodorico racconta che gli architetti crociati erano impegnati nella costruzione della chiesa del Salvatore. La chiesa fu sede spirituale della Confraternita della Carità, ordine nato per dare assistenza ai pellegrini e per raccogliere denaro per l’Ospedale di Santa Maria di Valle Josaphat.

La chiesa dedicata al Salvatore, entro breve, andò parzialmente abbattuta dalle armate di Saladino, che distrussero anche l’abbazia sulla Tomba della Vergine, nel 1187, come racconta Rodolfo, abate cistercense inglese: fu risparmiata solo la chiesa inferiore di Santa Maria in Valle Josaphat, grazie alla devozione islamica alla madre del profeta Gesù.

Mediante un restauro, che si conosce grazie agli scavi archeologici, l’edificio consacrato al Salvatore continuò ad esistere, seppur privato della sua ricchezza. Per tutta la durata del Regno Latino di Gerusalemme e oltre, la chiesa rimase meta di pellegrinaggio, fino all’ultima testimonianza, del 1323, di un fedele proveniente dalla Catalogna. Da questo momento sarà la nuda roccia, che oggi è visibile dietro la Basilica, ad essere venerata, con il nome di “Roccia degli Apostoli”, a ricordo del luogo dove i discepoli si addormentarono durante l’agonia di Gesù.